Lettera a Luca e Mariarosa

Senza troppi giri di parole: perdono.

Vi chiediamo perdono.

Per non aver saputo mantenervi in vita, per avervi seppellito sotto trent’anni di silenzio, per aver preferito la cartolina a colori della Basilicata alle fotografie in bianco e nero dei vostri poveri corpi esanimi.

Vi chiediamo perdono per non aver incalzato a sufficienza quanti in questi anni hanno continuato a mentire, a deviare lo sguardo, a depistare le indagini, a mettere le carte in disordine. Per non aver gridato abbastanza che voi non eravate semplicemente i “fidanzatini di Policoro”, ma due volti, due nomi, due cuori che si affacciavano alla vita. Per essere andati dietro ai paroloni e alle analisi dei tanti sapienti ed esperti che si sono succeduti, anziché metterci davvero in ascolto dei vostri corpi che non erano mai nelle stesse posizioni, e di quel sangue e di quelle ecchimosi che li ricoprivano tutti.

Vi chiediamo perdono perché continuiamo a credere che il diritto all’oblìo sia più importante del diritto alla verità, perché pensiamo che prima o poi ogni storia debba essere chiusa, e non importa se mai nessuno ci ha detto come sono andate davvero le cose; perché ci illudiamo che possa esserci un futuro senza fare i conti col passato.

E vi chiediamo perdono per non esserci ribellati a quanti sbrigativamente ancora etichettano la vostra morte come un “mistero”, anziché dire loro che questa parola non c’entra niente con questa storia: mistero è qualcosa che richiede abbandono e obbedienza che sono esattamente il contrario di quello che noi vogliamo fare dinanzi alla vostra tragica fine.

Caro Luca, cara Marirosa, come facciamo ad abbandonarci ad una morte che abbiamo sempre avuto difficoltà a vedere come una fatalità, visto che mai nulla è stato fatto per sgombrare il campo da ogni dubbio e da ogni sospetto? E come si fa ad obbedire ad una verità che non è mai stata pienamente restituita?

Noi non sappiamo se mai qualcuno rimettendo in moto la coscienza possa finalmente aiutarci a ricomporre i frammenti sparsi e talvolta impazziti del mosaico illogico della vostra morte, ci auguriamo però che insieme a noi, leggendo queste scarne e sincere parole, si associno a questa richiesta di perdono quelli che la verità la conoscono davvero e quelli che nulla hanno fatto in trent’anni per restituirvi la dignità di giovani vite spezzate.

E se la nostra tiepidezza è deprecabile, ancor più complice è il silenzio di chi sa.

E lì chissà se c’è perdono.

Don Marcello Cozzi

30 anni di dubbi- Il manifesto